Saviano e Roubini a New York. Cronaca di un mini Palasharp all’americana

Sarà un’ovvietà, ma il metaldetector presidiato dalla divise blu dei poliziotti americani fa tutto un altro effetto. Non che quelli presidiati dalla polizia italiana siano meno sicuri – ci mancherebbe – ma se è vero che i simboli contano, gli agenti che vigilano su un incontro pubblico alla New York University hanno l’allure di una puntata di “Csi”, quelli nostrani evocano soltanto fiction a basso costo.
24 AGO 20
Immagine di Saviano e Roubini a New York. Cronaca di un mini Palasharp all’americana
Sarà un’ovvietà, ma il metaldetector presidiato dalla divise blu dei poliziotti americani fa tutto un altro effetto. Non che quelli presidiati dalla polizia italiana siano meno sicuri – ci mancherebbe – ma se è vero che i simboli contano, gli agenti che vigilano su un incontro pubblico alla New York University hanno l’allure di una puntata di “Csi”, quelli nostrani evocano soltanto fiction a basso costo.
La versione newyorchese di Roberto Saviano richiede un adeguato apparato iconografico, immagini che afferiscono più a Soho che a Casal di Principe, più alla famiglia Gambino che a Capastorta, più al ceo di Citibank che a Nicola Cosentino, e anche il cordone di sicurezza fa la sua parte. Una questione di mondi che il giornalista-scrittore-ricercatore-professore, qui semplicemete “author”, riconcilia diventando un eroe duplice. Da una parte c’è il Saviano noto, quello di “Gomorra” e del Palasharp, di Fazio e dei festival di Perugia, dall’altra c’è il suo ologramma internazionalista, quello che ieri s’è trovato a disquisire di crisi economica con Nouriel Roubini, l’economista che Repubblica interpella quando ha bisogno di un nome autorevole che dica quello che direbbe anche il panettiere: Berlusconi fa schifo.
Gli studenti che passano nell’androne sotterraneo della business school notano i distintivi luccicanti, si fermano perplessi, chiedono “chi è che parla?” e si sentono rispondere che c’è un “mafia guy” che parla con un “economist”, dove “mafia guy” indica chiaramente l’autore di un libro ultratradotto ma anche il professore straordinario di Nyu, quello che nell’ultimo semestre ha insegnato a “studenti di culture diverse” come funzionano le organizzazioni criminali.
Davanti a una platea tipizzata – ingioiellati esuli italiani, studenti su di giri, agitatori culturali, gente che piace – Saviano ha attivato la modalità newyorchese-colta, opposta a quella newyorchese-popolare di Occupy Wall Street che così tanti giornalisti italiani aveva radunato. Il focus è sulle banche americane, sui soldi che la mafia veicola e ricicla coperta dalla “new omertà” dei banchieri, sul noto scandalo Wachovia, su Al Capone e gli “antaciabols” ma la tesi forte è un’altra: le mafie – mai dimenticare il plurale maiestatis, i dettagli contano – godono della crisi economica, trovano spazi speculativi, comprano i voti per quattro spiccioli quando una volta vigeva la regola “un voto per un posto di lavoro”.
Il resto sono le già note invettive antiberlusconiane e i riferimenti martellanti a Cosentino, cose che, a giudicare dagli applausi, la platea non si è ancora stancata di sentire. Il bocconiano Roubini ha gioco facile a evocare l’apocalisse europea, quella che già prevedeva in tempi non sospetti, gioco facilissimo a rallegrarsi che il “governo corrotto” del Cav. sia finito e fa un gol a porta vuota quando elogia Mario Monti l’esperto, il tecnico, il sobrio, l’ottimato. Mancava soltanto il riferimento alla prima della Scala. Eppure il panegirico è stato ugualmente gradito da un pubblico che è tornato a casa felice di avere imparato qualcosa di nuovo su mafia e crisi e di non pagare tasse e benzina in Italia.